Lettera a Don Emilio – Don Giulio Madurini, 1 febbraio 2000

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Carissimo Don Emilio,

ci siamo incontrati (ricordi?) la prima volta a Roma nel 1948. Tu risiedevi nella casa della Compagnia in Via Flaminio Ponzio: Don Ercole non aveva ancora costruito la casa di Via Carini. Eravamo giovani preti tutti e due. Tu allora frequentavi, se non erro, la Gregoriana o il Biblico in cui avevi come professore Padre Lyonnet e compagno di corso un altro noto biblista, padre Emmanuele Testa che poi hai fatto entrare tra le mie amicizie.
Sono entrato anch’io in Compagnia all’inizio del 1950 ed alloggiando nella casa di via Carini, finì che ci diedero due stanze contigue. Dal tenue muro divisorio io ti sentivo battere i tasti della macchina da scrivere, e tu mi ascoltavi cantare talora persino a squarciagola tanto da dovermi zittire con bonaria imitazione.

Questa vicinanza ci ha reso intimi l’uno all’altro: ci siamo conosciuti, accolti, accettati, compresi. Tu sapevi di me come io sapevo di te senza bisogno di spendere parole per dire l’uno all’altro ciò che avevamo in animo. Fu per questa intima «amicizia» che tu nel 1965 sei stato uno di quelli che mi hanno accettato profondamente e voluto come superiore generale della Compagnia. Ma fu per questo stesso intimo motivo che io ho visto dentro di te il tuo profondo: con i pregi della tua spiritualità tesa verso Dio in modo semplice e vivo; con quelli che umanamente allora consideravo i tuoi difetti, e cioè le tue impazienze, le tue intolleranze, la tua incapacità di rimanere senza muoverti nello stesso luogo. Ma erano queste stesse caratteristiche che ti muovevano alla spinta verso la ricerca. Per essere sicuro volevi camminare (come tu dici) sulle orme di Qualcuno: erano questi Qualcuno il Cristo, Paolo di Tarso, Gregorio Magno od anche Padre Lyonnet o Michele Pellegrino.

Con loro andavi alla ricerca delle radici: la Terra delle origini cristiane, la lettera di Dio agli uomini, la Chiesa degli inizi, la voce dei Padri. Sei andato alla ricerca, e l’hai trovata, della terra dei tuoi inizi umani: la tua Liguria e sei tornato a ritrovare i valori della tua infanzia compresi quelli del cibo. Ricordo come mi facevi preparare con gioia la focaccia dei tuoi paesi e come le gustavi con me quando riuscivo a passare da te a Levanto.

Ho visto così la tua crescita, la tua maturazione spirituale, il tuo calmarsi nella ricerca, il tuo appagarsi di Dio e perciò il tuo fermarsi. Non mi sono più meravigliato di vederti a Vernazza per lungo tempo (quanti anni?) senza cercare nessun altro luogo. Nella maturazione si è accresciuta la tua capacità di accettazione degli uomini, la tua tolleranza, il tuo senso di amicizia nella pace e nella serenità di coloro che sanno di essere con Dio.
Negli anni 70 ricordo che una volta, ascoltando una mia conferenza, mi dicesti a viso aperto che non potevi seguire la mia utopia. Quell’utopia che era (ne sono cosciente) comunione con Dio Amore. Quando sei cresciuto nella maturità del tuo essere, hai inteso che la mia utopia era anche profondamente tua.

Tu oggi l’hai raggiunta prima di me. Te l’ha fatta raggiungere quell’incosciente, completamente ignorante del tuo essere e del tuo cammino che ti ha usato violenza per portarti a morte. Questi ha preso, per raggiungere il suo scopo, la via più errata
che potesse: la via della violenza e dell’imposizione. Ha ignorato la via dell’amicizia e della benevolenza: se vogliamo la via dell’abbraccio nel pianto. Fagli comprendere, Don Emilio dall’alto della tua pace, il suo ignorare, il suo errare, la sua nullità di uomo. E quanto a me sono contento di averti conosciuto e di essere vissuto nella tua amicizia. Per questo benedico Dio. Tu, da parte tua benedicimi.
Tuo affezionatissimo Giulio
N.B. Mi firmo senza Don perché tu cosi usavi chiamarmi.

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