1° MAGGIO: FESTA DEL LAVORO

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Relativamente alla tematica specifica del lavoro, gli interventi-insegnamenti del Magistero prima del Concilio Vaticano II si iscrivono in un quadro teologico sociale che si presenta piuttosto ristretto e ancorato, da un lato, a suggerimenti corporativistici, a un’etica largamente individualistica; dal’altro lato, a concezioni che recepiscono l’assetto sociale non come un “problema”, bensì come un “dato”.

E’ negli interventi magisteriali del Papa San Giovanni XXIII e del suo successore, San Paolo VI, che la problematica del lavoro vede ampliata la sua cornice, trovando poi una sistemazione organica al Concilio Vaticano II nel quale, grazie a una nuova visione dei rapporti Chiesa-mondo, emerge una spiritualità che si basa sull’impegno nel mondo.

Avviene, così, che all’etica individualistica subentra un’etica che sottolinea l’importanza e la necessità degli impegni sociali (cf Gaudium et spes, 30) nel pieno riconoscimento del valore positivo del lavoro dell’uomo (cf Gaudium et spes, 67), che in una prospettiva cosmica è collegato alla creazione e alla redenzione: “con il lavoro l’uomo…può collaborare al completarsi della divina creazione. Ancor più: sappiamo per fede che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l’uomo si associa all’opera stessa redentiva del Cristo” (Gaudium ei spes, 67b).

Le asserzioni di questo documento conciliare in ordine alla dignità, al valore, agli scopi e pure ai limiti dell’attività dell’uomo rivestono una rilevanza specifica ai fini della riflessione cristiana sul lavoro, anche per superare una concezione dualistica della persona che ha comportato una svalutazione del lavoro, contrassegnandone la storia praticamente e ideologicamente.

Una giusta valorizzazione dell’attività umana, da intendersi quale dimensione essenziale della presenza umana nel mondo (senza comunque dimenticare che tutta l’umanità dell’uomo non si realizza interamente nel lavoro) indirizzata a trasformare umanamente il mondo, è possibile solo grazie a un’interpretazione unitaria dell’uomo come spirito incarnato (“dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus personae, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito”: Laborem exercens, 24), perché essa pone l’accento sul fatto che l’esistenza umana è un compito.